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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

VIAGGIO NEGLI INFERI


BIGLIETTO ANDATA E RITORNO.
di Lucia De Angelis.

Da qualche giorno mi sentivo molto triste. Mi mancava mio padre, mi mancavano le amiche, mi mancava una storia d’amore, mi sembrava, insomma, che mi mancasse tutto, anche l’aria. Mi sentivo, infatti, come se mi mancasse il respiro. Come se da un momento all’altro morissi soffocata.
Eppure, ragionandoci dopo, a quell’epoca avevo tutto, ma proprio tutto: una bella famiglia molto unita, tanti amici e soprattutto tante amiche con cui condividere ogni mio pensiero e ogni mio desiderio, una bella casa, un bel lavoro che mi consentiva di avere una certa sicurezza economica. L’unica cosa che realmente mi mancava era la capacità di guardarmi intorno e vedere quanto fossi più fortunata io della media dei giovani come me.
Una storia d’amore, è vero, non la vivevo più ma solo perché l’avevo voluta concludere io. Un matrimonio lampo durato meno di un anno e un fidanzamento veloce durato quasi due anni con qualche pausa di riflessione in mezzo.
In effetti oggi, con il senno di poi, capisco che avrei dovuto seguire il suggerimento di mia madre che ha osteggiato il nostro matrimonio fino alla fine. Diceva che eravamo troppo diversi, che non ci credeva nessuno in noi come coppia. Ma io rispondevo spavalda che gli uomini sono come le calamite, i poli opposti si attraggono.
Quando ci siamo sposati io avevo 28 anni e avevo voglia di crederci: desideravo formare una famiglia con lui, volevo dei figli e credevo di potercela fare.
Invece dopo il matrimonio abbiamo ripreso a discutere, poi dopo qualche settimana a litigare come sempre, finché un giorno ho deciso di chiudere definitivamente la storia con Fabrizio.
Erano passati alcuni mesi dalla fine della storia più importante della mia vita, quando, in pochissimi giorni, la mia esistenza ha preso una piega diversa. Non riuscivo a fare progetti, avevo paura di pensare al futuro. Intorno a me vedevo solo gente felice mentre io mi sentivo senza speranze, sicura di non potercela fare a superare quel momento di tristezza.
Cominciavo ad isolarmi sempre più spesso. Le mie amiche mi chiamavano e io non rispondevo, mi inviavano messaggi, mail oppure mi citofonavano ma io non rispondevo più a nessuno. Desideravo solo rendermi invisibile. Ce l’avevo col mondo intero perché tutti erano capaci di essere sereni e felici ed io no. Non volevo dare spiegazioni a nessuno e il confronto mi faceva paura perché sapevo, in cuor mio, che il problema fosse il mio e non il mondo intorno a me.
Intanto, i vestiti si ammucchiavano per terra, le scarpe buttate a caso davanti alla scarpiera, il frigo perennemente vuoto. Ero dimagrita moltissimo in quei giorni perché non avevo più lo stimolo della fame.
Il mio malessere aumentava ogni giorno di più e, ad aggravare la mia situazione, ci si era messa anche una nemica imbattibile: l’insonnia. Nonostante pillole, rimedi omeopatici, gocce, passavo intere notti sveglia a guardare il soffitto.
Erano due giorni che non andavo a lavorare e so dai messaggi in segreteria telefonica, che mi avevano cercata dappertutto.
Un venerdì sera, stanca della mia vita, esausta, disperata e avvilita, ho pensato di concludere la mia giornata da barbona in una casa da signora, assumendo un mix di medicine.
Sonniferi, calmanti, antibiotici, antipiretici. Tutto ciò che trovavo nell’armadietto dei medicinali in bagno, veniva ingerito da me con una furia che non lasciava spazio alla razionalità.
Andai a letto e, senza rendermi conto della gravità del mio gesto, immediatamente iniziai a sentirmi male e persi conoscenza.
Quello che è successo dopo l’ho saputo dagli altri. Io mi sono svegliata, il giorno successivo, su un lettino di ospedale in preda ad uno stordimento generale. Mi sentivo gonfia e mi faceva male tutto. Come se fossi stata scaraventata in alto da una macchina in corsa e atterrando fossi stata di nuovo investita da un camion.
Non c’era una parte del corpo che non mi provocasse dolore fisico.
Accanto a me mia madre, mentre i miei fratelli, mia zia, i miei cugini e le mie amiche più care erano tutti fuori ad aspettare che mi riprendessi.
Mi avevano salvata mia madre e mio fratello che preoccupati della mia scomparsa erano venuti a cercarmi a casa. Quello che trovarono fu una scena raccapricciante. Perciò, a distanza di tanti anni, mi sento ancora in colpa con le persone più care a cui so di aver procurato un gran dolore.
In ospedale mi ricoverarono in codice rosso. Ancora pochi minuti e il mio cuore avrebbe cessato di battere. E’ un miracolo che io oggi sia qui a raccontare la mia storia.
Oggi, sono passati 15 anni, ringrazio Dio, o chi per lui, per avermi dato la forza e il coraggio di capire che la vita è bella e va vissuta perché molte persone vorrebbero viverla e non possono. Chi ha la fortuna di poter vivere non deve abbandonare la vita.
Oggi, sono un’altra donna. Non rinnego la mia vita precedente, ma me ne vergogno. Non voglio assolutamente che i miei figli sappiano. Ho una ragazzina di 12 anni e un maschietto di 9, entrambi belli, affettuosi, dolci, insomma sono una donna fortunata, io!
Il loro papà è l’uomo da cui mi ero separata, Fabrizio. Oggi, però, è uscito completamente dalla mia vita perché gli opposti prima si attraggono, ma poi nella vita di tutti i giorni, si respingono!

 

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SERENITA'

di Fausto Corsetti.

“Sono abbastanza soddisfatto di quanto ho realizzato, ma vorrei un po’ di pace, mi accontenterei di essere sereno”.
Chissà quante volte abbiamo ascoltato una frase del genere. E già: essere sereni…
Forse, sarebbe il caso di intenderci anzitutto sul significato della parola “serenità”.
Il vocabolario la definisce come “assenza di turbamento interpretabile come limpida armonia spirituale”. Suggestivo ma un po’ vago. Normalmente facciamo un altro uso di questa parola che adoperiamo sovente nelle espressioni augurali: “che la tua vita scorra serenamente”, “tanti giorni sereni”, eccetera. E intendiamo con ciò invocare, per quella persona, giornate e sentimenti vissuti nella quiete e nella consapevolezza. Non siamo soliti annettere alla serenità anche il dolore. E invece possiamo ritrovarci in una situazione di dispiacere ed essere ugualmente sereni. Non mi riferisco all’imperturbabilità orientale, ma alla grandezza di un cuore che ha compreso la lezione dell’esistere in modo profondo.
Ci sono tante occasioni di felicità: nei contatti di amicizia, nella contemplazione del bello, nella comunicazione improvvisa e a livello profondo che si instaura con una persona sconosciuta sino a poco prima, nella lettura di un testo capace di trasmetterci emozioni e suggestioni, quando ci viene tributato il riconoscimento per un lavoro ben fatto o la gratitudine per un gesto d’amore. E ci sono tante occasioni di sofferenza. Non le elenco neppure. Il segreto della serenità è comprendere che entrambe, la gioia e la sofferenza, appartengono alla dinamica della vita e che accettarle come parte essenziale di essa, senza ribellione e anche senza un cupo senso di rassegnazione, ci aiuta a sostenere le prove senza rimanerne sopraffatti, anzi mantenendoci alla guida e ricavandone un insegnamento. Possibili obiezioni: ma chi mai si ribella alla felicità o come sopportare il dolore senza rassegnazione?
Ci ribelliamo alla felicità quando non ci adagiamo serenamente in essa, e mentre la proviamo già ci chiediamo: “Quanto durerà?”. E anche se cerchiamo di accaparrarcene più di quanto ce ne spetta: a quel punto è già diventato piacere del possesso. Una persona serena sa perfettamente che la felicità è un diritto, ma che essa ha i suoi tempi e le sue apparizioni. Non la insegue forsennatamente, ma la accoglie senza dubbi quando arriva.
E così è per il dolore. Rassegnarsi è piegare passivamente la testa; accettarlo serenamente è comprenderne il valore, il lievito di maturazione che contiene.
A voler essere sereni richiede una forza sovraumana e il recupero di quel sentimento straordinario della ”incoscienza" infantile, della capacità di meravigliarsi delle cose del mondo, specialmente delle più semplici. Che cosa potrà aiutarci?
Dovremo cercare di non lasciarci catturare dalle passioni negative. Come lo scetticismo che mette in dubbio la felicità, mentre la stiamo vivendo. Come la disperazione, sempre in agguato quando siamo nel dolore.
Infine, essere tenaci nella speranza. La speranza spiana la strada alla serenità, è la sua guida. E una persona serena ha occhi attenti e orecchie pronte a cogliere ogni più piccolo segnale che alimenti la speranza.   

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COME GIOCATTOLI

...RELEGATI IN SOFFITTA.
di Fausto Corsetti.

L’autunno mi fa pensare a quella che con parola pietosa si chiama la terza età. È la vecchiaia, ma è come se si avesse paura a chiamarla con il suo nome, quasi che la “vecchiaia” fosse una parola invereconda. Forse non il nome, ma la vecchiaia è invereconda. Mi chiedo spesso se questa sia la ragione della solitudine degli anziani.
Sempre più frequentemente ascolto storie tremende: genitori, con numerosi figli, abbandonati.
Nessuno che li vada a trovare, nessuno che si interessi di loro.
Oppure figli che litigano per i turni di visita o per quelli di assistenza domiciliare.
Figli che arrivano a farsi pagare l’assistenza. E autorevoli dirigenti e professionisti affermati che, appena passata la festa di saluto per il pensionamento, sono ignorati da tutti, non ricevono più telefonate, non sono più niente per nessuno. La loro casa, fino a ieri insufficiente a contenere le presenze quotidiane di “amici” e “clienti”, diventano improvvisamente silenziose, deserte e immense.
Spesso ascolto anziani che ricordano i giorni dell’affetto, delle tenerezze, del calore delle feste: figli, nipoti, parenti, amici, tutti riuniti a stare insieme, a fare cose insieme; e i pomeriggi passati con la moglie (o con il marito), magari anche solo a passeggiare, a vedere vetrine. Ora, intorno, non c’è che durezza, assenza, fretta, sopportazione. Gli amici sono spariti.
Credo che la cosa più triste della vecchiaia sia la solitudine o forse il senso dell’abbandono. Sì, l’abbandono ancora più della solitudine, perché l’abbandono è vissuto come una dolorosissima ingiustizia. Perché è vero che spesso gli anziani non sono divertenti, ma quasi sempre lo sono stati. Sono stati divertenti, importanti per qualcuno, o forse per tanti; sono stati attivi, dinamici, moderni, spiritosi; sono state querce dai rami sicuri, hanno amato, sono stati amati, desiderati, stimati. Ora hanno perso tutto questo, ma credevano di avere la garanzia degli affetti più cari e invece perdono anche questi.
Ecco che cos’è l’abbandono. È sentirsi un vecchio cavallo a dondolo finito in soffitta. Ci sarà forse un ultimo sprazzo di affetto al funerale, qualche lacrima e un sospiro: “sì, era vecchio, è la ruota della vita!”
La profonda ingiustizia consiste nel decretare la morte dei sentimenti prima della morte biologica.
Chi pronuncia questa sentenza non sempre si rende conto del dramma che provoca. Talvolta ci sono anziani che passano la giornata a spiare se figli o nipoti – che magari abitano un piano di sopra o sotto della stessa casa – si affaccino al balcone o diano qualche segno di interesse. E poi chiudono malinconicamente la finestra della speranza.
Qualche riflessione ancora.
La prima è che presto, molto più presto, forse, di quanto crediamo, arriverà anche per noi l’ottobre della vita. E guai a noi se, assieme alla solitudine e all’abbandono, dovremo fare i conti con il rimorso di aver trascurato o addirittura abbandonato, a maggio, la gente di ottobre.
Subito dopo, dovremmo esaminarci sulla nostra capacità di amare. Se amiamo solo ciò che è amabile, o solo quando è amabile, forse noi stessi, spesso, non avremmo diritto all’amore, specialmente “Lassù dove sempre e comunque Qualcuno ci ama”.
E poi che cosa è “amabile”? Solo ciò che piace, che diverte, che arricchisce, che premia, che ricambia?
Auguriamoci di imparare in tempo il valore della gratuità, di saper scoprire un tesoro nascosto anche in un volto di vecchio.

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