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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

CARO BABBO NATALE...

BABBO NATALE E PRIVACY
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

L’atmosfera natalizia è assai suggestiva per tutti, grandi e piccini.
Su questi ultimi, però, lo spirito natalizio esercita da sempre e in tutto il mondo un fascino irresistibile, considerato il turbinio di regali e di leggere futilità che li coinvolge, peraltro stravolgendo con eccessi, talvolta, il vero significato della ricorrenza.
La letterina a Babbo Natale è il primo passo verso i tanto agognati regalini che misteriosamente compaiono la notte del 24 dicembre.
In moltissime zone del mondo vige la tradizione di esporre le lettere aperte e in bella mostra sull’albero di Natale al centro della piazza principale della città, affinché Babbo Natale possa trovare comodamente le case ove recapitare i regali.
A ciò aggiungiamo che i bambini, notoriamente nemici giurati della privacy, uniscono spesso particolari ulteriori descrivendo apertamente situazioni personali e familiari riservate, meritevoli, talvolta, di tutela.
A Roth, una cittadina di circa 25.000 abitanti vicino Norimberga, nel nord della Baviera, la nota tradizione ha rischiato una seria battuta d’arresto.
Pensandoci meglio, e magari con la scarsa flessibilità interpretativa tipica dei tedeschi “tutti d’un pezzo”, le letterine possono costituire una grave violazione delle norme previste dal GDPR.
Il “General Data Protection Regulation” (in Italia integrato dalle disposizioni di cui al D.Lgs. 196/2003, come novellato dal D.Lgs. 101/2018) è il regolamento con il quale la Comunità europea ha inteso rafforzare la difesa dei dati personali e sensibili dei cittadini dell’UE ed è in vigore dal 25 maggio 2018, per cui la soglia dell’attenzione per le vicende della privacy si esprime al massimo delle proprie potenzialità in ogni settore, inclusa l’area di competenza di Babbo Natale.
Il problema è stato portato all’attenzione di autorevoli consessi e infine è stato risolto da una radio locale, la quale ha diramato un modello di letterina senza l’indicazione dell’indirizzo e con l’aggiunta della dichiarazione del consenso al trattamento dei dati da parte dei genitori, in maniera da rendere compatibili le esigenze di tutela della riservatezza con il desiderio dei bambini di scrivere la tradizionale lettera: surreale ma vero!
Buon Natale a voi tutti!

 

 

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TATUAGGIO E DIRITTO

“Tecnica di decorazione permanente del corpo umano”
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

In piena estate, con l’abbigliamento ridotto al minimo, è impossibile non notarli.
In realtà il tatuaggio è una tecnica molto antica, già presente fra gli antichi Egizi e anche nell’antica Roma, almeno fin quando l’imperatore Costantino li vietò.
L’attuale moda, non è, dunque, una trovata dei “tempi moderni”, per usare un’espressione che subito denota una certa età di chi la utilizza.
A prescindere dagli aspetti estetici e dalle valutazioni di opportunità sul fatto di riempire ogni centimetro della pelle con un disegno del quale spesso si ignora il significato, sembra interessante soffermare l’attenzione sul perimetro giuridico, all’interno del quale il tatuaggio si colloca.
In assenza di una legislazione nazionale ad hoc (esiste in materia una normativa a livello comunitario e una legislazione da parte di talune Regioni sulla base di linee guida emanate dal Ministero della Salute nel 1998) si applicano i principi generali.
Precisiamo subito che il tatuaggio sulla pelle comporta un cambiamento permanente del corpo umano.
Per tale ragione, dal punto di vista giuridico, rientra nel generale alveo dell’art. 5 del codice civile, il quale dispone tra l’altro che “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionano una diminuzione permanente dell’integrità fisica”.
Naturalmente, volendo tralasciare le valutazioni estetiche della moda più diffusa del momento, appartenenti alla indiscutibile sfera di libertà di ciascuno di noi, il tatuaggio non causa alcuna diminuzione permanente della integrità fisica, ma certamente ne cambia per sempre l’aspetto esteriore.
Per tale ragione, e anche perché il tatuaggio viene praticato con iniezioni sottocutanee di colore, prima di vergare per sempre il proprio corpo occorre prestare il consenso, motivo per cui è necessario aver raggiunto la maggiore età oppure essere minori emancipati.
In assenza del consenso dell’avente diritto, che ai sensi dell’art. 50 del codice penale costituisce la scriminante, si configurerebbe invece il reato di lesioni personali da parte del tatuatore.
I minorenni non emancipati necessitano quindi del consenso prestato da chi esercita la potestà genitoriale.
Utile evidenziare, inoltre, che lo svolgimento dell’attività di tatuaggio a fini commerciali, pur non rientrando nella categoria delle attività sanitarie, soggiace comunque al rispetto di tutte le norme igieniche vigenti per il settore.
Il tatuatore deve inoltre aver frequentato un corso di formazione di 90 ore, ritenute da molti addetti ai lavori insufficienti per acquisire una professionalità di base.
Riteniamo utile, dunque, consigliare di raccogliere tutte le informazioni necessarie sull’argomento prima di acconsentire ad imprimere per sempre sul proprio corpo un disegno dai temi più vari e magari pensare, finché si è in tempo, che le mode passano mentre optare per un tatuaggio permanente significa “sposare” quella immagine di noi stessi per sempre con possibilità di divorzio vicine allo zero.
…E il feroce drago tatuato sulla linea degli addominali scolpiti risulterà meno imponente allorquando i muscoli, per effetto dell’inevitabile invecchiamento dei tessuti, risulteranno lievemente “sblusati”.

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ANIMALE


della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Non si tratta di una favola di Esopo!
La giurisprudenza offre sempre spunti di riflessione assai curiosi e interessanti.
Con sentenza 34145/2019 la V sezione penale ha, infatti, annullato con rinvio la pronuncia del giudice di pace di Lecce, in virtù della quale l’imputato era stato assolto per insussistenza del fatto, per aver offeso la reputazione di un bambino definendolo “animale” su una chat di whatsapp, a seguito di ferite procurate alla figlia. “Volevo solo far notare al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni”. Questa la frase incriminata!
L’art. 595 del codice penale prevede il reato di diffamazione. Il comma 1 dello stesso articolo dispone che “la diffamazione è quell’atto con cui una persona offende la reputazione di un’altra, in sua assenza e davanti ad almeno due persone.” La pena comminata nel caso di cui al comma 1 è la reclusione fino a 12 mesi e una sanzione pecuniaria fino a 1.032,91 euro.
Stupisce alquanto la recente pronuncia della Cassazione se si pensa a quanto siano state sdoganate e risultino ormai socialmente accettate talune espressioni lessicali offensive, che per decenza ometto, ma che ormai sono entrate a far parte del vocabolario di molti, anche in trasmissioni televisive in fascia protetta, e che vengono addirittura adottate da uomini delle istituzioni in discorsi ufficiali.
Insomma, in un contesto siffatto, innegabilmente degenerato dal punto di vista verbale, definire “animale” un essere umano, risulta davvero una espressione priva di qualunque portata offensiva, in parte, perché bisogna convenire che spesso gli animali sono migliori di tanti esseri umani e, in altra parte, perché siamo avvezzi a sentir volare frasi realmente triviali sulle persone e sulle discendenze, che l’assimilazione a una bestiola, qualunque essa sia, risulta piuttosto innocente. Ma questo è il mio punto di vista, assolutamente profano rispetto a quello degli ermellini di piazza Cavour, i quali invece, nella parte motiva della sentenza scrivono: “Sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si “disumanizza” la vittima, assimilandola a cose o animali. Paragonare un bambino a un animale, inteso addirittura come oggetto visto che il padre viene definito proprietario, è certamente una locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva”.
That’s all!
Considerato quindi il numero medio di chat delle quali ciascuno di noi è partecipe, è bene tenere a mente il monito della Cassazione per evitare una sanzione pecuniaria salata e, addirittura, il carcere...

 

 

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PICCOLE DONNE

PICCOLE DONNE... IN CASSAZIONE

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

La statura minima, da sempre oggetto di numerosi proverbi popolari più o meno noti, ha per anni costituito un criterio discretivo per la selezione del personale al momento dell’accesso agli impieghi.
E così, la signora X si è vista negare l’accesso al lavoro presso una nota Società dei trasporti, con le mansioni di Capo Treno Servizi, in quanto troppo piccola di statura rispetto al limite minimo di 160 cm di altezza imposto dal regolamento dell’azienda, con riferimento al d.P.C.M. 411 del 1987 e al d.M. dei Trasporti 158/T del 19 settembre 1986.
I giudici della Cassazione, con la sentenza 3196/2019, hanno infatti qualificato come “discriminazione indiretta” la scelta aziendale trasposta in un regolamento, di porre un limite minimo alla statura dei dipendenti e riconosciuto la violazione dell’art. 25 del d.lgs. 11.4.2006, n. 198, più noto come codice delle pari opportunità.
Premesso che qualunque limite fisico può essere legittimamente invocato come criterio selettivo solo se funzionale al tipo di mansioni che il lavoratore o la lavoratrice dovranno svolgere, l’articolo 25 citato, al secondo comma, prevede che “si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa, purché l’obiettivo sia legittimo e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari”.
Considerando che dalle statistiche emerge che la statura media degli uomini è di circa 175 cm contro i 162,5 cm delle donne, se ne deduce che il limite staturale dei 160 cm inserito in maniera indifferenziata dalla Società, costituisce un elemento indirettamente discriminatorio per le donne, naturalmente di statura inferiore rispetto all’altra metà del cielo.
La Corte ha quindi rigettato il ricorso proposto dalla Società con condanna alle spese.

L’importante è essere all’altezza, più che essere alti!

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