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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

TATUAGGIO E DIRITTO

“Tecnica di decorazione permanente del corpo umano”
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

In piena estate, con l’abbigliamento ridotto al minimo, è impossibile non notarli.
In realtà il tatuaggio è una tecnica molto antica, già presente fra gli antichi Egizi e anche nell’antica Roma, almeno fin quando l’imperatore Costantino li vietò.
L’attuale moda, non è, dunque, una trovata dei “tempi moderni”, per usare un’espressione che subito denota una certa età di chi la utilizza.
A prescindere dagli aspetti estetici e dalle valutazioni di opportunità sul fatto di riempire ogni centimetro della pelle con un disegno del quale spesso si ignora il significato, sembra interessante soffermare l’attenzione sul perimetro giuridico, all’interno del quale il tatuaggio si colloca.
In assenza di una legislazione nazionale ad hoc (esiste in materia una normativa a livello comunitario e una legislazione da parte di talune Regioni sulla base di linee guida emanate dal Ministero della Salute nel 1998) si applicano i principi generali.
Precisiamo subito che il tatuaggio sulla pelle comporta un cambiamento permanente del corpo umano.
Per tale ragione, dal punto di vista giuridico, rientra nel generale alveo dell’art. 5 del codice civile, il quale dispone tra l’altro che “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionano una diminuzione permanente dell’integrità fisica”.
Naturalmente, volendo tralasciare le valutazioni estetiche della moda più diffusa del momento, appartenenti alla indiscutibile sfera di libertà di ciascuno di noi, il tatuaggio non causa alcuna diminuzione permanente della integrità fisica, ma certamente ne cambia per sempre l’aspetto esteriore.
Per tale ragione, e anche perché il tatuaggio viene praticato con iniezioni sottocutanee di colore, prima di vergare per sempre il proprio corpo occorre prestare il consenso, motivo per cui è necessario aver raggiunto la maggiore età oppure essere minori emancipati.
In assenza del consenso dell’avente diritto, che ai sensi dell’art. 50 del codice penale costituisce la scriminante, si configurerebbe invece il reato di lesioni personali da parte del tatuatore.
I minorenni non emancipati necessitano quindi del consenso prestato da chi esercita la potestà genitoriale.
Utile evidenziare, inoltre, che lo svolgimento dell’attività di tatuaggio a fini commerciali, pur non rientrando nella categoria delle attività sanitarie, soggiace comunque al rispetto di tutte le norme igieniche vigenti per il settore.
Il tatuatore deve inoltre aver frequentato un corso di formazione di 90 ore, ritenute da molti addetti ai lavori insufficienti per acquisire una professionalità di base.
Riteniamo utile, dunque, consigliare di raccogliere tutte le informazioni necessarie sull’argomento prima di acconsentire ad imprimere per sempre sul proprio corpo un disegno dai temi più vari e magari pensare, finché si è in tempo, che le mode passano mentre optare per un tatuaggio permanente significa “sposare” quella immagine di noi stessi per sempre con possibilità di divorzio vicine allo zero.
…E il feroce drago tatuato sulla linea degli addominali scolpiti risulterà meno imponente allorquando i muscoli, per effetto dell’inevitabile invecchiamento dei tessuti, risulteranno lievemente “sblusati”.

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ANIMALE


della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Non si tratta di una favola di Esopo!
La giurisprudenza offre sempre spunti di riflessione assai curiosi e interessanti.
Con sentenza 34145/2019 la V sezione penale ha, infatti, annullato con rinvio la pronuncia del giudice di pace di Lecce, in virtù della quale l’imputato era stato assolto per insussistenza del fatto, per aver offeso la reputazione di un bambino definendolo “animale” su una chat di whatsapp, a seguito di ferite procurate alla figlia. “Volevo solo far notare al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni”. Questa la frase incriminata!
L’art. 595 del codice penale prevede il reato di diffamazione. Il comma 1 dello stesso articolo dispone che “la diffamazione è quell’atto con cui una persona offende la reputazione di un’altra, in sua assenza e davanti ad almeno due persone.” La pena comminata nel caso di cui al comma 1 è la reclusione fino a 12 mesi e una sanzione pecuniaria fino a 1.032,91 euro.
Stupisce alquanto la recente pronuncia della Cassazione se si pensa a quanto siano state sdoganate e risultino ormai socialmente accettate talune espressioni lessicali offensive, che per decenza ometto, ma che ormai sono entrate a far parte del vocabolario di molti, anche in trasmissioni televisive in fascia protetta, e che vengono addirittura adottate da uomini delle istituzioni in discorsi ufficiali.
Insomma, in un contesto siffatto, innegabilmente degenerato dal punto di vista verbale, definire “animale” un essere umano, risulta davvero una espressione priva di qualunque portata offensiva, in parte, perché bisogna convenire che spesso gli animali sono migliori di tanti esseri umani e, in altra parte, perché siamo avvezzi a sentir volare frasi realmente triviali sulle persone e sulle discendenze, che l’assimilazione a una bestiola, qualunque essa sia, risulta piuttosto innocente. Ma questo è il mio punto di vista, assolutamente profano rispetto a quello degli ermellini di piazza Cavour, i quali invece, nella parte motiva della sentenza scrivono: “Sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si “disumanizza” la vittima, assimilandola a cose o animali. Paragonare un bambino a un animale, inteso addirittura come oggetto visto che il padre viene definito proprietario, è certamente una locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva”.
That’s all!
Considerato quindi il numero medio di chat delle quali ciascuno di noi è partecipe, è bene tenere a mente il monito della Cassazione per evitare una sanzione pecuniaria salata e, addirittura, il carcere...

 

 

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PICCOLE DONNE

PICCOLE DONNE... IN CASSAZIONE

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

La statura minima, da sempre oggetto di numerosi proverbi popolari più o meno noti, ha per anni costituito un criterio discretivo per la selezione del personale al momento dell’accesso agli impieghi.
E così, la signora X si è vista negare l’accesso al lavoro presso una nota Società dei trasporti, con le mansioni di Capo Treno Servizi, in quanto troppo piccola di statura rispetto al limite minimo di 160 cm di altezza imposto dal regolamento dell’azienda, con riferimento al d.P.C.M. 411 del 1987 e al d.M. dei Trasporti 158/T del 19 settembre 1986.
I giudici della Cassazione, con la sentenza 3196/2019, hanno infatti qualificato come “discriminazione indiretta” la scelta aziendale trasposta in un regolamento, di porre un limite minimo alla statura dei dipendenti e riconosciuto la violazione dell’art. 25 del d.lgs. 11.4.2006, n. 198, più noto come codice delle pari opportunità.
Premesso che qualunque limite fisico può essere legittimamente invocato come criterio selettivo solo se funzionale al tipo di mansioni che il lavoratore o la lavoratrice dovranno svolgere, l’articolo 25 citato, al secondo comma, prevede che “si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa, purché l’obiettivo sia legittimo e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari”.
Considerando che dalle statistiche emerge che la statura media degli uomini è di circa 175 cm contro i 162,5 cm delle donne, se ne deduce che il limite staturale dei 160 cm inserito in maniera indifferenziata dalla Società, costituisce un elemento indirettamente discriminatorio per le donne, naturalmente di statura inferiore rispetto all’altra metà del cielo.
La Corte ha quindi rigettato il ricorso proposto dalla Società con condanna alle spese.

L’importante è essere all’altezza, più che essere alti!

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WEB REPUTATION

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.


Dilaga ormai l’abitudine di documentare sui profili social i propri momenti di svago e, diciamo la verità, non sempre ciò che si posta in rete è frutto di una ponderazione sulle conseguenze che le immagini pubblicate possono avere sulla propria “web reputation”.
Viviamo in un’epoca in cui, giustamente, esiste una particolare attenzione al diritto alla privacy ma, come per incanto, siamo noi stessi ad abbassare ogni difesa e a relazionare con dovizia di particolari chicchessia sui nostri pensieri e sulle nostre abitudini, anche le più intime e addirittura anche dei nostri figli, attraverso la rete.
Per effetto di una sorta di disturbo bipolare collettivo, da un lato, siamo ossessionati da moduli a tutela dei nostri dati personali, che sottoscriviamo con scrupolo per ogni inezia, dall’altro ci affrettiamo a far partecipare l’universo mondo alla nostra vita privata, documentandone anche attraverso le foto, ogni minima sfaccettatura.
Ebbene amici, sappiate che la web reputation, ovvero l’insieme di informazioni che riguardano un soggetto e che si possono facilmente dedurre da ciò che postate on line, costruiscono nell’insieme la nostra reputazione digitale, cioè il nostro “rating” personale, che può avere un ruolo talvolta determinante ad esempio per chi cerca lavoro.
Forse sfugge a molti, infatti, che una buona percentuale di aziende si serve dei profili social per elaborare una sorta di preselezione dei vari candidati e che le foto che ritraggono i soggetti in atteggiamenti ”sconvenienti”, soprattutto se emerge l’uso abituale di alcol o di droghe, incidono negativamente sul futuro professionale nostro, o peggio, dei nostri figli.
Personalmente, ritengo che sia sufficiente utilizzare gli strumenti di comunicazione contemporanei, utili e divertenti, con un pizzico di buon senso, evitando di postare materiale che potrebbe anche solo semplicemente imbarazzarci in futuro, o soltanto compromettere la reputazione di nostro figlio, che ha tutta la vita ancora da costruire.
Eppure sarebbe sufficiente ricordare che i social riproducono virtualmente la pubblica piazza, dove molti di noi non sognerebbero neppure di farsi cogliere in determinati atteggiamenti.
Vizi privati e pubbliche virtù? Ipocrisia latente? No grazie, ma si tratta semplicemente di agire a tutela propria e dei propri cari, di agire con la dovuta attenzione non esponendoci a facili critiche da parte dell’esercito dei “webeti”, evitando inoltre perdite di chances anche solo potenziali, sia nel campo lavorativo che nel campo delle relazioni sociali reali.
Insomma, meglio rinunciare a qualche “follower” e mantenere un generale decoro.
Ecco, ora che vi sarete fatti l’idea che io sia una bacchettona, ancorché non mi appartenga, passiamo ad esaminare quali sono gli strumenti che la legge offre per rimediare a qualche incidente di percorso.
Innanzitutto ricordiamo che esiste una forte interazione tra i luoghi on line e gli utenti. I contenuti su blog e forum sono compilati direttamente dagli utenti in tempo reale e i singoli gestori si limitano a sorvegliare soltanto sul rispetto dei regolamenti interni.
Quindi, volendo fare un paragone con un contesto naturale, vi esorterei a pensare che siamo in una giungla!
Pubblicare on line foto, poiché con un semplice click esse si possono salvare ed esportare, significa comunque renderle in una certa misura disponibili, per cui riflettere sul contenuto delle immagini assume una certa rilevanza.
Dunque, anche se i profili sono accessibili ad una cerchia ristretta di “amici” le foto possono essere esposte a forme di divulgazione, benché non autorizzata dal legittimo titolare delle immagini.
Che fare?
Il primo suggerimento è fin troppo facile: bisogna impostare il proprio profilo in modo da rendere il più possibile inaccessibile agli estranei il proprio materiale pubblicato. Ciò richiede un livello di informatizzazione medio, mentre molte persone che utilizzano i social network hanno un livello decisamente basso, il che equivale a consegnare una pistola carica a persone che non hanno neppure idea di come si inserisca la sicura.
In secondo luogo, qualora accada un incidente e ci si accorga che il proprio materiale è stato divulgato senza la nostra autorizzazione, occorre tenere presente che il nostro ordinamento offre diversi mezzi di tutela per la difesa dell’onore, del nome e dell’immagine, fatto sempre salvo il risarcimento del danno eventualmente ricevuto.
Se la violazione assume addirittura rilevanza penale e ricorre il caso di diffamazione a mezzo stampa o con altri mezzi, si applica la fattispecie prevista dall’art. 595 del codice penale con le relative conseguenze: detenzione o multe in misura variabile a seconda del soggetto offeso e del grado di lesività dell’offesa.
Se invece la divulgazione non autorizzata rileva esclusivamente in sede civile, si applicano gli art. 7-10 del codice civile, posti a difesa del nome, dello pseudonimo e della propria immagine.
Utile ricordare anche la legge n. 633/1941 e successive modifiche, nella parte in cui tutela il diritto al “ritratto”, con la possibilità di ricorrere ad una procedura d’urgenza ex art. 700 del codice di procedura civile, per ottenere una forma di cautela immediata.
L’art. 96 della legge 633/1941 dispone infatti che il “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa” e l’art. 97 della stessa legge prevede che “non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà, o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico”.
È necessario ricordare, però, che il dato personale inteso in senso ampio e la tutela dello stesso devono essere sempre contemperati con il diritto di cronaca e di critica, purché sussista la rilevanza sociale dell’argomento ed emerga l’obiettività dei fatti realmente accaduti, che devono essere riportati attraverso espressioni congrue e contenute nella forma.
Severamente vietato, dunque, divulgare la cellulite dell’inconsapevole vicina di ombrellone!
Sembra utile, poi, menzionare il concetto di “diritto all’oblio” che consente di inibire la permanenza della pubblicazione la cui divulgazione risulti inutile e inopportuna in ragione del lungo tempo trascorso dall’accadimento dei fatti.
Infine e in ogni caso, sembra universalmente valido il concetto di riflettere sui contenuti che ci accingiamo a pubblicare usando semplice buon senso e non dimenticando il sempre auspicabile buon gusto, evitando di postare il vuoto pneumatico del nulla, come a volte purtroppo avviene, incorrendo peraltro in potenziali lesioni di diritti altrui.

 

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