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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

LA VIOLENZA SESSUALE

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia abilitata alla professione forense.


23.000...
Non sono gli abitanti di un tranquillo capoluogo di provincia italiano ma i dati ISTAT relativi al numero delle violenze sessuali subite dalle donne ed emerse a seguito di una denuncia, nel quinquennio che va dal 2010 al 2015. Non è quantificabile il sommerso, ma è accertato che una parte delle violenze sessuali non venga denunciata.
Spaventoso.
L’estate scorsa è stata letteralmente funestata dai casi di violenza sessuale che ci hanno particolarmente scosso per la loro crudezza ed efferatezza.
Il reato di violenza sessuale, il più odioso tra i delitti contro la libertà individuale, ha in realtà faticato abbastanza prima di trovare una collocazione più appropriata all’interno del codice penale.
Prima dell’entrata in vigore della legge n. 66/1996, il codice annoverava infatti il delitto di violenza sessuale nella sezione che trattava i “reati contro la moralità pubblica e il buon costume”, aspetto che denotava l’assurda convinzione sociale che lo stupro ai danni di una donna potesse essere considerato in fondo un atto di cattivo gusto, anziché essere qualificato come crimine grave contro l’essere umano, che pur lasciandolo biologicamente in vita ne uccide, talvolta per sempre, la sfera emozionale e la capacità di amare ed essere amati, che forse è il vero tratto differenziale tra la vita e la morte.
Un lungo lavoro “trasversale” delle donne in politica, ha consentito l’inasprimento della pena prevista per la violenza sessuale che, unito alla giusta qualificazione del reato, quanto meno contribuisce a rendere il nostro ordinamento, almeno teoricamente, appena adeguato al grado di criminosità del delitto.
Mi sembra giusto iniziare da qui, poiché il reato di violenza sessuale è uno dei pochi crimini in cui la vittima rischia di essere resa tale due volte, prima dai violentatori e, successivamente, da un sistema che ha stentato e a volte stenta tuttora ad attuare le giuste tutele.
Non a caso, molte vittime rinunciano alla denuncia, sia perché ad essa sono connessi una serie di adempimenti inevitabili, quali perizie e indagini fisiche estenuanti, sia perché alla violenza sessuale si accompagna spesso un inspiegabile interrogativo “sociale” circa i comportamenti più o meno provocatori della vittima nei confronti del carnefice, che mai si verifica in caso di reati diversi.
A tal proposito mi sovviene Tina Lagostena Bassi, giurista di alto pregio che ha dedicato la propria vita alla difesa delle donne vittime di violenze sessuali, la quale nel corso delle proprie arringhe evidenziava sempre un lato particolarmente odioso che accompagna gli stupri e che si sostanziava (ma talvolta si sostanzia tuttora) nel fatto che ognuno si sentisse autorizzato a chiedere se la vittima indossasse la minigonna, abiti succinti o avesse in qualche modo avuto forme di condiscendenza nei confronti degli stupratori. Subito dopo ella paragonava lo stupro alla rapina in gioielleria e chiedeva ai presenti in aula se a qualcuno fosse mai venuto in mente di cercare qualche forma di giustificazione per il rapinatore, magari evidenziando che il gioiello spiccasse in lucentezza o fosse troppo esposto alle luci in vetrina. In genere seguiva silenzio in aula…
Sembra utile riflettere sul fatto che la violenza sessuale comporta nella vittima depressione, stato di ansia e stress post traumatico, senso di colpa perenne (di cui si registra un innalzamento soprattutto quando chi usa violenza è persona conosciuta o vicina alla vittima), tentativo di suicidio e tutto ciò anche nel caso in cui non vengano riportate gravi conseguenze in termini di lesioni fisiche.
A tutela della vittima, registriamo quindi il recente intervento del Garante della Privacy il quale, con comunicato del 22 settembre 2017, ha esortato i media ad evitare di diffondere dettagli che contribuiscano a rendere identificabile la vittima, proprio per evitare la doppia esposizione a forme di stress e pressioni, prima da parte dei carnefici e poi della morbosa “curiosità sociale” che talvolta accompagna tali reati.
La questione è giuridica, ma anche sociale, culturale, storica.
Eppure è semplice: basterebbe pensare che la donna NON E’ un oggetto che può essere preso contro la sua volontà e usato a piacimento. Tutto qui. Basterebbe avere radicata la convinzione che la donna NON E’, per nessuna ragione al mondo, un essere da sottomettere. I casi di violenza denotano invece che siamo ancora ben lontani dalla fascia di sicurezza.
 
Ma vediamo cosa dispone la norma.
L’art. 609 bis del codice penale prevede “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1. Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona al momento del fatto
2. Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.”

Come si evince dal testo della norma la casistica è molto varia e il reato può assumere una miriade di connotazioni differenti che variano dalla costrizione fisica alla subdola induzione della vittima.
Il nucleo dei processi verte spesso sull’accertamento del mancato consenso agli atti sessuali da parte della vittima, soprattutto nei casi borderline.
A questo proposito la Cassazione ha più volte chiarito che non occorre neppure un effettivo dissenso da parte del soggetto passivo degli atti sessuali, ma è sufficiente che l’agente sia consapevole del mancato consenso all’approccio sessuale (cfr. Cassazione penale sent. n. 49597 del 22.11.2016).
Numerose le aggravanti che possono riguardare sia la qualità del soggetto che delinque, ma preferisco definirlo “criminale”, sia della condizione della persona offesa.
La casistica è quindi molto variegata.
I giudici di piazza Cavour hanno per esempio individuato il reato di violenza sessuale in un bacio sul collo (Cassazione penale, sent. n. 30479/2016) o anche il tentativo di reato nel bacio non gradito ed evitato solo grazie all’intervento di terzi soggetti (Cassazione penale sentenza n. 43802 del 22/9/2017).
E ancora, è stato ravvisato il reato di violenza sessuale nella palpazione delle natiche in mezzo alla folla (Cassazione penale sentenza n. 36103/2016), fino ai casi più gravi di stupri di gruppo nei confronti dei quali sono state irrogate le pene più aspre e riconosciute le aggravanti del caso, anche qualora la vittima abbia assunto alcolici o stupefacenti (Cassazione penale sentenza n. 45589 del 4/10/2017).

Il tratto comune è che tutte le modalità incidono negativamente e in maniera pesante sulla vita della vittima.
Se davvero intendiamo contribuire alla diminuzione dei reati di tale odiosa specie siamo tutti chiamati, indistintamente, a regolare la nostra condotta in proposito nel ruolo di genitori, di insegnanti, di amici, questi ultimi in situazioni talvolta pericolosamente esposte alle dinamiche del branco e nel deprecare instancabilmente il ruolo sociale della “donna oggetto”, espressione apparentemente anacronistica, ma che invece risulta ancora attuale, poiché “nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità” (Simone de Beauvoir).

1 commento

  • Milena Sabato, 11 Novembre 2017 20:36 Link al commento

    Di articoli come questo ce ne vorrebbero ogni giorno su tutti i quotidiani, ogni settimana su tutti i settimanali e ogni mese sui mensili. Andrebbero inseriti nei libri di testo di tutte le scuole di ogni ordine e grado ma la migliore diffusione può avvenire soltanto diluendo ogni parola nel latte materno.

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