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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

ANIMALE


della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Non si tratta di una favola di Esopo!
La giurisprudenza offre sempre spunti di riflessione assai curiosi e interessanti.
Con sentenza 34145/2019 la V sezione penale ha, infatti, annullato con rinvio la pronuncia del giudice di pace di Lecce, in virtù della quale l’imputato era stato assolto per insussistenza del fatto, per aver offeso la reputazione di un bambino definendolo “animale” su una chat di whatsapp, a seguito di ferite procurate alla figlia. “Volevo solo far notare al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni”. Questa la frase incriminata!
L’art. 595 del codice penale prevede il reato di diffamazione. Il comma 1 dello stesso articolo dispone che “la diffamazione è quell’atto con cui una persona offende la reputazione di un’altra, in sua assenza e davanti ad almeno due persone.” La pena comminata nel caso di cui al comma 1 è la reclusione fino a 12 mesi e una sanzione pecuniaria fino a 1.032,91 euro.
Stupisce alquanto la recente pronuncia della Cassazione se si pensa a quanto siano state sdoganate e risultino ormai socialmente accettate talune espressioni lessicali offensive, che per decenza ometto, ma che ormai sono entrate a far parte del vocabolario di molti, anche in trasmissioni televisive in fascia protetta, e che vengono addirittura adottate da uomini delle istituzioni in discorsi ufficiali.
Insomma, in un contesto siffatto, innegabilmente degenerato dal punto di vista verbale, definire “animale” un essere umano, risulta davvero una espressione priva di qualunque portata offensiva, in parte, perché bisogna convenire che spesso gli animali sono migliori di tanti esseri umani e, in altra parte, perché siamo avvezzi a sentir volare frasi realmente triviali sulle persone e sulle discendenze, che l’assimilazione a una bestiola, qualunque essa sia, risulta piuttosto innocente. Ma questo è il mio punto di vista, assolutamente profano rispetto a quello degli ermellini di piazza Cavour, i quali invece, nella parte motiva della sentenza scrivono: “Sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si “disumanizza” la vittima, assimilandola a cose o animali. Paragonare un bambino a un animale, inteso addirittura come oggetto visto che il padre viene definito proprietario, è certamente una locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva”.
That’s all!
Considerato quindi il numero medio di chat delle quali ciascuno di noi è partecipe, è bene tenere a mente il monito della Cassazione per evitare una sanzione pecuniaria salata e, addirittura, il carcere...

 

 

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COVID 19

EMERGENZA CORONAVIRUS – DISPOSIZIONI VIGENTI DAL 2 ALL’8 MARZO 2020 
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Vi consigliamo caldamente di prendere visione del d.P.C.M. 1 marzo 2020, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, n. 52 del 1° marzo 2020, concernente ulteriori disposizioni attuative del d.l. 23.2.2020 n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica del COVID – 19.
L’invito è preordinato semplicemente ad una razionale responsabilizzazione di ciascuno di noi, senza alcun allarmismo e soprattutto senza alcuna pretesa di esprimere pareri scientifici in merito.
Ne siamo consapevoli, ma vogliamo ricordare che per diventare medico bisogna sostenere molti esami all’università e dedicare allo studio gli anni della propria giovinezza.
Per conseguire una specializzazione, occorre continuare il percorso di studi per altri anni.
Per essere considerati “esperti” in qualunque branca del sapere, occorre consacrare la propria vita allo studio!
Nutriamo un profondo rispetto per chi dedica la propria vita all’approfondimento delle conoscenze contribuendo al progresso del genere umano ed è per questo che non sembra il caso di riportare teorie, in assenza delle cognizioni scientifiche necessarie.
Con dispiacere dei “laureati presso l’università della vita” tanto in voga sui social, ci limiteremo quindi a riportare i tratti salienti del d.P.C.M. del 1° marzo scorso, in vigore dal 2 all’8 marzo 2020, rinnovando l’invito ad assumerne cognizione diretta.
ART. 1: Le misure per il contenimento del contagio di cui all’art. 1 riguardano i comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano e Somaglia.
Nei comuni citati le misure sono stringenti e contemplano il divieto di allontanamento e il divieto di accesso al territorio. A tal proposito ricordiamo che l’art. 16 della Costituzione sancisce il diritto di libera circolazione sul territorio nazionale, salvo motivi di sanità e sicurezza.
Altre misure drastiche nei comuni citati consistono nella chiusura delle scuole e di tutte le attività commerciali, nella sospensione delle manifestazioni ed eventi, nonché delle riunioni sotto ogni forma, nella sospensione dei servizi di apertura al pubblico, nella sospensione delle attività lavorative per le imprese e altro ancora.
ART. 2: Le misure per il contenimento del contagio di cui all’art. 2 riguardano le regioni Emilia Romagna, Lombardi a Veneto, oltre alle province di Savona e Pesaro Urbino.
Nelle zone citate sussiste il divieto di eventi e competizioni sportive, l’apertura dei luoghi di culto soggiace a limitazioni determinate a diminuire il più possibile gli assembramenti, le attività sciistiche possono essere svolte a condizione che gli impianti funzionino con misure organizzative che assicurino un’affluenza di persone pari a un terzo della capienza di cabinovie, funicolari, funivie ecc…
Anche l’apertura al pubblico di musei, altri istituti, esercizi commerciali e servizi di ristorazione deve essere svolta con modalità tali da assicurare contingenti ridotti di persone ed evitare assembramenti, naturalmente tenute in considerazione le caratteristiche dei luoghi e la capienza, in modo da rispettare una distanza tra individui di almeno un metro.
Nelle sole province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona è stata disposta per il sabato e la domenica la chiusura delle medie e grandi strutture commerciali, nonché dei mercati, ad eccezione delle farmacie, parafarmacie e punti vendita di generi alimentari.
Inoltre, nella sola Lombardia e nella provincia di Piacenza sono sospese le attività di palestre, centri sportivi, centri sociali e culturali e, negli uffici giudiziari, può essere ridotto l’orario di apertura al pubblico.
ARTICOLI 3 e 4: Riguardano le misure su tutto il territorio nazionale e disciplinano le modalità di diffusione delle informazioni sulla prevenzione, l’obbligo di provvedere alla sanificazione dei mezzi pubblici, l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di mettere a disposizione dell’utenza e degli addetti soluzioni disinfettanti per l’igiene, l’incentivo all’utilizzo dello strumento dello smart working e altre misure.
L’allegato 4 riporta infine le misure igieniche da rispettare in tutti i casi da parte di ciascuno di noi:
a) Lavarsi le mani spesso
b) Evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute
c) Non toccarsi occhi, naso e bocca se si starnutisce o tossisce
d) Coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce
e) Non assumere farmaci antivirali o antibiotici se non prescritti dal medico
f) Pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro e alcol
g) Usare la mascherina solo in caso di sospetta malattia o se si assiste una persona malata.


Esprimiamo infine la nostra profonda solidarietà alle zone maggiormente colpite dall’emergenza, sperando che la situazione volga al meglio nel breve termine.

 

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WEB REPUTATION

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.


Dilaga ormai l’abitudine di documentare sui profili social i propri momenti di svago e, diciamo la verità, non sempre ciò che si posta in rete è frutto di una ponderazione sulle conseguenze che le immagini pubblicate possono avere sulla propria “web reputation”.
Viviamo in un’epoca in cui, giustamente, esiste una particolare attenzione al diritto alla privacy ma, come per incanto, siamo noi stessi ad abbassare ogni difesa e a relazionare con dovizia di particolari chicchessia sui nostri pensieri e sulle nostre abitudini, anche le più intime e addirittura anche dei nostri figli, attraverso la rete.
Per effetto di una sorta di disturbo bipolare collettivo, da un lato, siamo ossessionati da moduli a tutela dei nostri dati personali, che sottoscriviamo con scrupolo per ogni inezia, dall’altro ci affrettiamo a far partecipare l’universo mondo alla nostra vita privata, documentandone anche attraverso le foto, ogni minima sfaccettatura.
Ebbene amici, sappiate che la web reputation, ovvero l’insieme di informazioni che riguardano un soggetto e che si possono facilmente dedurre da ciò che postate on line, costruiscono nell’insieme la nostra reputazione digitale, cioè il nostro “rating” personale, che può avere un ruolo talvolta determinante ad esempio per chi cerca lavoro.
Forse sfugge a molti, infatti, che una buona percentuale di aziende si serve dei profili social per elaborare una sorta di preselezione dei vari candidati e che le foto che ritraggono i soggetti in atteggiamenti ”sconvenienti”, soprattutto se emerge l’uso abituale di alcol o di droghe, incidono negativamente sul futuro professionale nostro, o peggio, dei nostri figli.
Personalmente, ritengo che sia sufficiente utilizzare gli strumenti di comunicazione contemporanei, utili e divertenti, con un pizzico di buon senso, evitando di postare materiale che potrebbe anche solo semplicemente imbarazzarci in futuro, o soltanto compromettere la reputazione di nostro figlio, che ha tutta la vita ancora da costruire.
Eppure sarebbe sufficiente ricordare che i social riproducono virtualmente la pubblica piazza, dove molti di noi non sognerebbero neppure di farsi cogliere in determinati atteggiamenti.
Vizi privati e pubbliche virtù? Ipocrisia latente? No grazie, ma si tratta semplicemente di agire a tutela propria e dei propri cari, di agire con la dovuta attenzione non esponendoci a facili critiche da parte dell’esercito dei “webeti”, evitando inoltre perdite di chances anche solo potenziali, sia nel campo lavorativo che nel campo delle relazioni sociali reali.
Insomma, meglio rinunciare a qualche “follower” e mantenere un generale decoro.
Ecco, ora che vi sarete fatti l’idea che io sia una bacchettona, ancorché non mi appartenga, passiamo ad esaminare quali sono gli strumenti che la legge offre per rimediare a qualche incidente di percorso.
Innanzitutto ricordiamo che esiste una forte interazione tra i luoghi on line e gli utenti. I contenuti su blog e forum sono compilati direttamente dagli utenti in tempo reale e i singoli gestori si limitano a sorvegliare soltanto sul rispetto dei regolamenti interni.
Quindi, volendo fare un paragone con un contesto naturale, vi esorterei a pensare che siamo in una giungla!
Pubblicare on line foto, poiché con un semplice click esse si possono salvare ed esportare, significa comunque renderle in una certa misura disponibili, per cui riflettere sul contenuto delle immagini assume una certa rilevanza.
Dunque, anche se i profili sono accessibili ad una cerchia ristretta di “amici” le foto possono essere esposte a forme di divulgazione, benché non autorizzata dal legittimo titolare delle immagini.
Che fare?
Il primo suggerimento è fin troppo facile: bisogna impostare il proprio profilo in modo da rendere il più possibile inaccessibile agli estranei il proprio materiale pubblicato. Ciò richiede un livello di informatizzazione medio, mentre molte persone che utilizzano i social network hanno un livello decisamente basso, il che equivale a consegnare una pistola carica a persone che non hanno neppure idea di come si inserisca la sicura.
In secondo luogo, qualora accada un incidente e ci si accorga che il proprio materiale è stato divulgato senza la nostra autorizzazione, occorre tenere presente che il nostro ordinamento offre diversi mezzi di tutela per la difesa dell’onore, del nome e dell’immagine, fatto sempre salvo il risarcimento del danno eventualmente ricevuto.
Se la violazione assume addirittura rilevanza penale e ricorre il caso di diffamazione a mezzo stampa o con altri mezzi, si applica la fattispecie prevista dall’art. 595 del codice penale con le relative conseguenze: detenzione o multe in misura variabile a seconda del soggetto offeso e del grado di lesività dell’offesa.
Se invece la divulgazione non autorizzata rileva esclusivamente in sede civile, si applicano gli art. 7-10 del codice civile, posti a difesa del nome, dello pseudonimo e della propria immagine.
Utile ricordare anche la legge n. 633/1941 e successive modifiche, nella parte in cui tutela il diritto al “ritratto”, con la possibilità di ricorrere ad una procedura d’urgenza ex art. 700 del codice di procedura civile, per ottenere una forma di cautela immediata.
L’art. 96 della legge 633/1941 dispone infatti che il “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa” e l’art. 97 della stessa legge prevede che “non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà, o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico”.
È necessario ricordare, però, che il dato personale inteso in senso ampio e la tutela dello stesso devono essere sempre contemperati con il diritto di cronaca e di critica, purché sussista la rilevanza sociale dell’argomento ed emerga l’obiettività dei fatti realmente accaduti, che devono essere riportati attraverso espressioni congrue e contenute nella forma.
Severamente vietato, dunque, divulgare la cellulite dell’inconsapevole vicina di ombrellone!
Sembra utile, poi, menzionare il concetto di “diritto all’oblio” che consente di inibire la permanenza della pubblicazione la cui divulgazione risulti inutile e inopportuna in ragione del lungo tempo trascorso dall’accadimento dei fatti.
Infine e in ogni caso, sembra universalmente valido il concetto di riflettere sui contenuti che ci accingiamo a pubblicare usando semplice buon senso e non dimenticando il sempre auspicabile buon gusto, evitando di postare il vuoto pneumatico del nulla, come a volte purtroppo avviene, incorrendo peraltro in potenziali lesioni di diritti altrui.

 

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PLASTIC TAX

LA TASSA SULLA PLASTICA USA E GETTA
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

L’art. 1, comma 634 della legge di bilancio per l’anno finanziario 2020, ovvero la legge n. 160 del 27.12.2019, ha istituito l’imposta sul consumo di alcuni materiali plastici usa e getta, più comunemente conosciuta come la “plastic tax”.
L’intento, per una volta decisamente nobile, è quello di disincentivare il consumo dei MACSI, ovvero dei “manufatti con singolo impiego che hanno o sono destinati ad avere funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna merci o di prodotti alimentari”, costituiti da polimeri organici di origine sintetica non riutilizzabili.
Per chi è costretto a rifornirsi attraverso la grande distribuzione non è difficile infatti rendersi conto dell’enorme impatto ambientale che possono avere gli innumerevoli imballaggi e contenitori utilizzati per contenere prodotti alimentari e detersivi.
Grida vendetta il basilico nelle valigette di plastica che avrete sicuramente notato tra gli scaffali dei supermercati, o le mele nei contenitori rigidi, prodotti insomma non delicati che potrebbero tranquillamente essere venduti sfusi e acquistati in un sacchetto ecologico.
Ma l’essere umano contemporaneo sembra colto da una smania distruttiva nei confronti dell’ecosistema che lo circonda, per cui sembra che non riesca ad essere mai appagato dalla quantità di rifiuti che produce e che rilascia nell’ambiente senza la minima cura!
L’imposta non sarà quindi la panacea di tutti i mali, ma sicuramente può trasmettere un messaggio virtuoso rivolto sia alla catena di produzione che ai consumatori.
La norma riguarda quindi le bottiglie, le buste e le vaschette per alimenti, i contenitori in tetrapak, i contenitori plastici utilizzati per i detersivi, gli imballaggi con le bolle (benché irresistibili da scoppiare, per la verità), le pellicole ed altri materiali di uso comune.
Vengono giustamente esclusi i materiali usa e getta compostabili, i materiali frutto di un processo di riciclo di plastica già utilizzata e le plastiche per prodotti sanitari e medicinali.
L’importo dell’imposta ammonta a 0,45 € per ogni kg di materiale plastico e l’obbligo di pagamento scatta al momento della produzione, se questa si svolge sul territorio nazionale, o al momento dell’importazione in caso di prodotti provenienti dall’estero.
In ogni caso, considerate le complesse implicazioni a livello applicativo e commerciale, la norma rimanda a provvedimenti attuativi emanati entro marzo dal Ministero dell’Ambiente, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Ministero per lo Sviluppo economico, mentre entro maggio 2020 dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
L’entrata in vigore è quindi fissata per il primo giorno del mese successivo all’emanazione del provvedimento della predetta Agenzia.
…Nel frattempo…
Possiamo pur sempre orientare il mercato evitando di acquistare prodotti ove l’abuso di tali materiali si presenti come un inutile sfregio al rispetto del pianeta che ci circonda, di cui dovremmo essere rispettosi fruitori e non barbari saccheggiatori.
Solo per fare qualche esempio, possiamo senz’altro scegliere prodotti artigianali non importati dall’altro emisfero, seguire le stagioni per i prodotti ortofrutticoli, ornare il davanzale con una piantina di basilico o prezzemolo, anziché buttare i soldi nella odiosa scatolina di plastica che ne contiene al massimo cinque foglie, bere l’acqua erogata dal rubinetto dove la qualità dell’acqua risulti buona e siano effettuati i dovuti controlli.
Che dite, ci proviamo?

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