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CONSIGLI UTILI E FUTILI DAL MONDO DELLE DONNE

ROMANE FONTANE DIMENTICATE


di Fausto Corsetti.

Roma: città d’agosto, capitale calda, deserta, quasi innaturale.
Una città che offre scorci interessanti quando non si è distratti dal suo caos metropolitano e il ritmo frenetico.
Roma ferragostana, città silente, sorniona ma mai vuota che offre occasioni irripetibili di riappropriarsi di spazi, rapporti, incontri , difficili da percepire in altri giorni dell’anno. Il silenzio festivo irreale mattutino e quel borbottio liquido… delle sue fontane.
Conoscere il numero delle fontane oggi esistenti a Roma è praticamente impossibile, poiché disseminate tra strade, piazze, cortili, giardini, palazzi e parchi, se ne contano alcune migliaia.
È facile pensare che nessuna città al mondo possa vantare un numero di fontane superiore o uguale a quelle esistenti a Roma. Da sempre hanno costituito il principale arredo urbano della città, che si esprime sia nelle splendide fontane monumentali sia in quelle che, create unicamente per uso pubblico, sono poi divenute un elemento caratterizzante di quartieri e rioni, legandosi a leggende o eventi realmente accaduti.
L’attrazione e l’interesse che le fontane suscitano a chi visita la città sono sintetizzabili nelle parole di Shelley, grande poeta e viaggiatore dell’ottocento: “Bastano le sue fontane per giustificare un viaggio a Roma”.
In questo breve viaggio fra le fontane romane, vogliamo far conoscere alcune tra quelle meno note e imponenti che, costruite per soddisfare i bisogni del popolo, si sono radicate nella storia e nelle leggende della nostra città.
Iniziamo dalla Fontana del Facchino che si trova in Via Lata ed è incastrata nelle mura del Palazzo De Carolis. Venne inizialmente attribuita a Michelangelo, ma è probabile che il suo autore sia stato Jacopo Del Conte, che la realizzò sul finire del cinquecento. La fontana ritrae un mitico facchino romano, tale Abbondio Rizio, noto per la sua erculea forza, ed è annoverabile fra le statue parlanti di Roma, poiché fu utilizzata frequentemente, come quella più famosa di Pasquino, per esporre spiritosi e corrosivi libelli indirizzati alla Curia e al governo pontificio.
Addossata alla facciata della chiesa di Sant'Atanasio dei Greci si trova la Fontana del Babuino, così chiamata dai romani per la bruttezza della figura rappresentata, che invece è probabilmente la raffigurazione della divinità sabina Sauco o Fidio.
Anche questa, come la precedente Fontana del Facchino, è considerata una delle statue parlanti di Roma.
La Fontana del Mascherone venne fatta edificare dai Farnese nel 1570. Essa fu collocata in Via Giulia, in corrispondenza dei giardini di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata francese. Sia la vasca di raccolta dell’acqua che il mascherone da cui essa sgorga sono di epoca romana e provengono da una delle tante terme capitoline.
Non sempre dalla Fontana del Mascherone sgorgava acqua poiché, in occasione di feste particolari, dalle sue cannelle usciva un ottimo vino dei Castelli romani, come nel 1720 quando - durante la festa organizzata per Marc’Antonio Zondadari, in occasione della sua elezione a Gran Maestro dell’Ordine di Malta - dalla fontana sgorgò vino per tutta la notte.
La Fontana dell’Acqua Angelica si trova nel rione Borgo e, più precisamente, in Piazza delle Vaschette. Fu commissionata dal Comune di Roma all’architetto Buffa nel 1898 e inizialmente collocata a fianco della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Porta Angelica. Pur essendo di pregevole fattura, la notorietà della fontana è dovuta alle proprietà terapeutiche della sua acqua, ritenuta ottima per la cura delle affezioni delle vie biliari.
La Fontana dei Libri si trova in Via degli Staderari, nota anche come fontanella della sapienza, è una delle fontane fatte realizzare dal Comune di Roma nel 1927 dall’architetto Pietro Lombardi per decorare il rione S. Eustachio. Ai lati della testa del cervo, simbolo del rione, ci sono quattro antichi libri che ricordano la vicina Università “La Sapienza” che, fondata nel 1303, continuò ad operare sino al 1935. Un particolare curioso è che il rione S. Eustachio viene erroneamente indicato come il quarto rione di Roma, mentre è l’ottavo.
La Fontana della Botte è in Via della Cisterna, a Trastevere. Si tratta di un’altra pregevole opera dell’architetto Lombardi, realizzata negli Anni Venti, su commissione del Comune di Roma. Per la sua progettazione, l’architetto si ispirò alle tante osterie che popolano questo storico quartiere romano, rappresentando gli elementi caratteristici di queste attività: la botte, lo sgabello e le fiaschette utilizzate per la mescita. Inizialmente la fontana non fu molto apprezzata dagli osti trasteverini, che venivano spesso accusati – a volte a ragione – di allungare il vino con acqua.
Un’altra fontana, raffigurante un facchino, è quella posta in Largo S. Rocco che fu realizzata per conto della Confraternita degli Osti e Barcaioli nel 1774. La fontana ritrae un giovane popolano con il cappello da facchino che versa acqua in una botte, mentre nella fontana in Via Lata, costruita circa duecento anni prima, il facchino la versa dalla botte.
Il 6 aprile 1644, appena pochi mesi dopo aver realizzato la celebre Fontana del Tritone, al Bernini fu affidato l’incarico di costruire una fontana bassa di piccole dimensioni da utilizzare come “beveratore delli cavalli”, che solitamente si costruiva accanto alle fontane monumentali. Il Bernini creò la Fontana delle Api, considerata un elegante saggio del Barocco romano. Ma, purtroppo, durante i lavori di sistemazione della piazza, l’opera andò perduta. L’attuale Fontana delle Api, posta alla fine di Via Veneto, è una copia realizzata con molte alterazioni dallo scultore Adolfo Apolloni.
Queste sono alcune delle fontane che impreziosiscono le strade e piazze della nostra città e, sperando di aver suscitato l’interesse dei lettori, ci auguriamo che vogliano continuare in prima persona questo viaggio, tra le leggende, la storia e la magia dell’acqua che si fa arte.

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AMICHEVOLMENTE AMORE

di Fausto Corsetti.

Dite la verità: avete mai spiato la cassetta delle lettere anche la domenica, tanto era grande il bisogno di essere ricordati da qualcuno? Avete “sentito” il telefono anche quando non suonava? Siete arrivati, addirittura, a parlare da soli? Forse, e senza forse, noi bipedi esseri umani siamo quelli che abbiamo bisogno di un secondo cuore: possiamo vivere senza fratelli, ma non senza amici.
Per questo l’amore è la cosa più cantata, più urlata, più invocata, più chiacchierata della Terra. E’ giusto – e bello – che sia così: con l’amore, infatti, non si gioca, si vive! Eppure, nonostante tanto parlare d’amore, c’è qualcosa che non quadra, non tornano i conti. Milioni e milioni di persone continuano a sentirsi sole e diventano cattive: cattive, proprio perché non abbastanza amate.
Dunque, è necessario avere idee chiare sull’amore.
Amare è partire da vicino. Costa quasi niente voler bene alla gente: è per amare chi ti siede accanto che si richiede gran fatica!
Amare è dire ad uno: puoi contare su di me; ti sono amico. Vieni quando vuoi, telefonami quando credi. Con me puoi anche dire le stupidaggini che ti passano per la mente; puoi pensare a voce alta! Nessun timore. Sarò discreto. Manterrò le promesse… E tutto questo gratis… perché ti amo.
Amare è avere mani utili. La prima parola dell’amore, infatti, non è “ti amo”, ma “ti do una mano”, “ti servo”. L’amore fa la spesa; porta a casa le uova e le frigge; pulisce il moccio che cola dal naso dei bimbi; porta giù l’immondizia; qualche volta si arrabbia anche… Questo per l’amore di una mamma… L’amore fa un sorriso, studia, parla anche ai genitori, non fa il broncio, chiede scusa, canta, porta allegria…
Amare è lasciarsi amare. Questo è il capitolo più difficile dell’arte d’amare. Lasciarsi amare significa rendersi amabile, farsi simpatico, darsi una ripassatina al carattere fumantino, petulante, permaloso, freddo, variabile… per rivestirsi di un “io” gioviale, festivo, attento, tenero, generoso; di un “io”  – va tanto di moda – diciamo “solare” perché impara dal sole, simbolo dell’amore: difatti il sole dà, mentre la luna prende!

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LA NOSTRA STRADA

di Fausto Corsetti.

Per quanto ci sforziamo di fare bene ogni cosa, avvertiamo a volte nella nostra vita delle stonature. Siamo andati forse oltre la buccia della vita e stiamo cercando il sapore del frutto vero, la dimensione nascosta.
“Sentimenti contraddittori” ci tormentano: la contraddizione è una componente di molte esistenze. Siamo contenti di quello che facciamo e abbiamo, però… Dentro di noi albergano sempre dei “però”, delle immaginarie alternative alla vita che viviamo, che mai potremo sperimentare, ma che ci illudono con le loro chimere.
Non che i nostri umanissimi desideri siano completamente sbagliati, ma la sofferenza che ne traiamo è uno spreco di energie e un’occasione di sofferenza inutile. E non perché non ci sia niente da fare, piuttosto perché ci allontanano dal nostro vero cammino e ci impediscono di raggiungere quella unificazione di anima, corpo e spirito che sola ci dà serenità e gioia.
Ciascuno di noi ha una sua personalissima via, un cammino da percorrere. Una volta individuato, è necessario perseguirlo con determinazione, non lasciandosi distrarre da altre ipotesi di vita. L’unificazione a cui accennavo si realizza quando nella nostra opera, qualunque essa sia, da quella più umile alla più eccelsa, dalla scelta familiare a quella sociale, noi impegniamo tutta la nostra persona (corpo, anima e spirito).
Dobbiamo essere fermamente convinti che davanti a ciascuno di noi c’è una via particolare, sua propria, nella quale, e solo in quella, può trovare realizzazione, che significa unificazione.
Tentare di imitare le altre vie, le vie degli altri, o provarne invidia, oltre a farci inutilmente soffrire, consuma le nostre energie, sprecandole in una direzione sbagliata. Ciò include naturalmente delle rinunce, ma queste sono inevitabili, e utili, per tutti, se vogliamo vivere correttamente. Ma promette anche, a chi resta fedele alla sua strada, gioia e pienezza.
La “ricetta” migliore per risolvere la contraddizione, cui ogni persona, è sempre soggetta, è tentare di mettere in sintonia la propria volontà con quella dello Spirito, che si rivela solo quando lo cerchiamo nella nostra profondità. Per questo è estremamente necessario dedicare uno spazio saliente, nella vita quotidiana, alla meditazione, alla contemplazione, al silenzio che favoriscono il discernimento, l’equilibrio, l’armonia.
Essere in armonia con la propria natura è avere occhi per vedere il bello in ogni particolare. E quando “facciamo il pieno di bellezza” siamo anche più disposti ad amare la vita, la nostra vita, la nostra strada.  

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VIVIAMO DAVVERO!

di Fausto Corsetti.

E’ strappato l’ultimo foglio del calendario: l’anno vecchio è alle spalle. Quanti avvenimenti e quanti incontri sono successi! Alcuni belli che ci hanno dato gioia; altri brutti che ci hanno preoccupato e rattristato. La storia di ciascuno di noi si è intrecciata con quella dei nostri amici, dei parenti e sicuramente con quella di qualcuno incontrato per la prima volta.
E’ stato un anno difficile ed ora siamo tentati di voler dimenticare quello che non ci è piaciuto oppure non è andato come avremmo desiderato. Eppure tutto ciò che accade ha un senso e sarebbe un peccato – oltre che impossibile – pensare di poterlo cancellare. Piuttosto è bene provare a capire e giudicare quanto è accaduto, soprattutto in questo momento in cui si apre davanti a noi una nuova occasione. Eh, sì! Il nuovo anno, ancora neonato, si spalanca con tutte le sue opportunità e il nostro cuore è pieno di speranze e di propositi.
Speranza di stare bene, insieme alle persone cui teniamo, e speranza che accada qualcosa che ci sorprenda e ci renda contenti di alzarci la mattina, lavorare, coltivare le amicizie e le nostre passioni. E poi i propositi. L’anno che è appena giunto un po’ conosce già la strada, ma un po’ dovremo indicargliela noi. Ciascuno di noi avrà di sicuro la possibilità di creare occasioni perché il tempo non passi invano e si possa crescere davvero.
Abbiamo ragione di indignarci nei confronti delle cose che non vanno, dell’illegalità, della corruzione pubblica e privata che anche lo scorso anno si è ben attestata sulla scena mediatica, oppure sbuffare davanti a una politica tanto litigiosa quanto inconcludente. Speriamo che un ritorno di saggezza si manifesti e si insedi nei palazzi del potere politico ed economico, anche sulla base degli appelli delle tante persone stimate e oneste che pure vivono in questo nostro Paese.
C’è, però, un’ulteriore necessità primaria che riguarda quello che potremmo chiamare il ritmo del respiro della vita sociale. Non possiamo non accorgerci che per compiere grandi passi sia indispensabile non solo agire, ma anche sognare; non solo pianificare, ma anche credere. Questa presa di coscienza è quanto mai adatta alla situazione odierna in cui un po’ noi tutti – e non solo i protagonisti della vita pubblica – ci siamo assuefatti al piccolo cabotaggio, all’interesse privato, al vantaggio e alla sicurezza personale o di gruppo.
Clint Eastwood in un suo film aveva questa battuta ironica: “Se vuoi una garanzia a tutti i costi, allora comprati un tostapane!”. Nella scuola, nella famiglia, nel lavoro e talora persino nella religione ci si accontenta sempre più del minimo comune denominatore. Sappiamo, però, che quando ci si abitua alle piccole cose, si diventa incapaci delle grandi. Ecco, infatti, l’incombere dei luoghi comuni, il rinchiudersi a riccio nella propria cerchia, il timore per gli orizzonti vasti che si aprono, l’assenza degli ideali, la caduta della ricerca della verità e dei valori permanenti.
Per essere veramente uomini e donne bisogna coltivare sempre un sogno, un progetto, una fede, non rassegnandosi alla banalità, alla bruttezza, al grigiore, alla sopravvivenza. La stessa cura del creato, generatrice di un’armonia serena, partecipa di questo respiro più alto.
Un’ultima riflessione, forse un po’ scontata. Ogni nuovo anno è una porzione di tempo che ci è offerta. E proprio perché il tempo non è “infinito” come l’eternità, ha in sé i presupposti della fine e, diciamolo serenamente (anche se questa parola è oggi elusa), può avere in sé anche la morte.
Un augurio, dunque: “Nessuna paura che la vita possa finire. Temiamo, invece, che non cominci mai davvero”.      

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